LA TEORIA
DEL VUOTO
Tommaso Bonaventura
Alessandro Imbriaco
Fabio Severo
la teoria del vuoto
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Via Salieri1, Buccinasco, 2012. Due uomini passeggiano con i loro cani lungo i marciapiedi che corrono ai lati di una strada. È una strada come molte altre, in una cittadina come molte altre, di un hinterland come molti altri, in una giornata come tante altre. L’immagine traduce la familiare consuetudine e l’urbanizzata vacuità di una provincia qualsiasi. Pochi gli indizi figurativi: una palazzina recente di scorcio, alberi sullo sfondo, la strada che piega oltre il margine, due cani si cercano. Esigue presenze, testimoni ordinari dello spazio, del nulla. Una delle grandi conquiste che la fisica ha raggiunto nel corso del ’900 è stato dimostrare, seppur non comprendendone appieno le dinamiche, che il nulla non esiste, o meglio, che il vuoto non è vuoto per davvero. Al suo interno abitano incessanti fluttuazioni quantistiche capaci di produrre energia anche in assenza di materia, continui cambiamenti di stato generatori di particelle e antiparticelle. Le perturbazioni che si creano nel vuoto sono imprevedibili, e la fisica ipotizza che possano dar vita a una forza repulsiva di ordine esponenziale, con una diretta conseguenza sulla formazione delle strutture cosmiche e dell’energia oscura. Nel 2004, nei pressi di Via Salieri, sono stati ritrovati due lanciarazzi che avrebbero dovuto far saltare in aria l’autovettura di Alberto Nobili, sostituto procuratore di Milano e protagonista di alcune delle più importanti inchieste antimafia svoltesi nel capoluogo lombardo a partire dagli anni Novanta. Buccinasco è anche una delle roccaforti delle ‘ndrine Barbaro e Papalia, parte dell’espansione della ‘ndrangheta al nord2. Abbandonata la stagione del terrore, le organizzazioni mafiose hanno adottato la strategia della bassa tensione operando sempre più spesso attraverso attività che non lasciano tracce, sovrapponendo il mondo legale a quello illegale, mescolando violenza e finanza, visibile e invisibile. Dal punto di vista tecnico consideriamo la fotografia un particolare tipo di impronta, e le diverse forme di manifestazione dell’impronta sono responsabili del funzionamento e della produzione del senso in un’immagine. Un’impronta ha bisogno di terra, di una sostanza e di un’espressione, di una traccia visibile. In assenza di corpo, circondato dal vuoto che nasconde la propria densità nella perfetta trasparenza, il mezzo fotografico entra in crisi e genera una risposta immunitaria iperattiva. Il risultato è la bulimia, la proliferazione e la moltiplicazione delle immagini. Centinaia di fotografie che misurano, analizzano, dissezionano, rilevano, obbligandosi all’inane tentativo di circoscrivere e definire l’invisibile. Occorre perforare l’asfalto di Via Salieri per restituire consistenza all’immagine e risalire la corrente delle informazioni. E scavare. Scavare tra i documenti dell’amministrazione comunale di Buccinasco, scavare tra le migliaia di pagine della sentenza del processo Nord–Sud, scavare tra le carte che raccontano la storia dei lanciarazzi di matrice jugoslava, scavare nelle parole di ricercatori e sociologi, scavare ancora per tracciare una linea che collega Buccinasco a Platì, in Calabria, e al suo immenso sistema di cunicoli e bunker, scoperto la notte del 12 novembre 2003 e che ha condotto all’arresto di oltre 125 ‘ndranghetisti.
1 Via Salieri è una delle immagini parte di Corpi di Reato. Un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi in Italia, progetto fotografico di Bonaventura, Imbriaco e Severo del 2012 che esplora il paesaggio italiano come superficie in grado di conservare la memoria di eventi criminali che hanno segnato e ferito il territorio e l’identità collettiva. Il progetto è stato esposto, tra gli altri, alla Biennale d’Architettura di Venezia e fa parte delle collezioni del MUFOCO di Cinisello Balsamo e del MAXXI di Roma. 2 L’espressione ‘ndrangheta al nord è un riferimento al libro di Nando Dalla Chiesa e Martina Panzarasa Buccinasco. La ‘ndrangheta al nord, Einaudi, 2012 che è stato fonte di ispirazione per la realizzazione del progetto fotografico La Teoria del Vuoto.
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VIA SALIERI, BUCCINASCO, MILANO, 2012. Il 19 agosto 2004 in una zona boschiva nei pressi degli orti comunali di Buccinasco sita tra Via Salieri, Via Archimede e la Tangenziale Ovest sono stati rinvenuti due lanciarazzi modello Zolja M80 calibro 64mm, di cui uno armato. All’epoca del ritrovamento una delle ipotesi emerse dalle indagini è stata che i lanciarazzi sarebbero dovuti servire per un attentato contro l’allora sostituto procuratore Alberto Nobili, uno dei protagonisti della lotta alla criminalità organizzata nel Nord Italia.
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Via Salieri, Buccinasco, Milano, 2012
Stampa inkjet, 135x180cm
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RILIEVO FOTOGRAFICO DEL PERIMETRO DELL’AREA DI RITROVAMENTO DI DUE LANCIARAZZI M80, BUCCINASCO, MILANO, 2023. Il verbale dei Carabinieri di Buccinasco sul ritrovamento dei due lanciarazzi Zolja M80 non permette di individuare il punto esatto in cui sono stati rinvenuti: rivela però come il luogo in cui è stata realizzata la precedente fotografia Via Salieri, Buccinasco, Milano (2012) in realtà dista centinaia di metri dall'effettiva area di ritrovamento. In base a informazioni ottenute da diverse fonti (forze dell'ordine, autorità comunali, articoli di giornale) è stato possibile circoscrivere la zona di interesse a due aree verdi nei pressi del Cimitero Comunale, per una superficie complessiva di circa 30000 mq. Abbiamo così deciso di procedere con una perimetrazione fotografica di queste due aree, rivolgendo lo sguardo verso il territorio circostante e documentando lo spazio urbano che sorge loro attorno.
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Rilievo fotografico del perimetro dell’area di ritrovamento di due lanciarazzi M80, Buccinasco, Milano, 2023 N. 2 stampe inkjet, 80x110cm ciascuna, dimensione opera 200x130cm
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Manuale d’utilizzo del lanciarazzi modello Zolja M80 64mm, Federal Directorate of Supply and Procurement, Yugoslavia, 1982 N. 48 stampe inkjet cordonate, 20x25cm ciascuna
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Cammelli e bazooka
Una vecchia fiaba orientale racconta la storia di tre intelligentissimi fratelli, figli del Re del mitico paese di Serendippo, che vengono cacciati dal regno per essere messi alla prova in merito alle loro capacità non solo intellettuali, bensì anche pratiche. Nel corso del viaggio, dice la storia, i tre incontrano un cammelliere, disperato per aver perduto uno dei suoi esemplari. I tre, pur non avendo mai visto prima l’animale, riescono a descriverne nel minimo dettaglio le fattezze: si tratta di un esemplare cieco da un occhio, zoppo, e sdentato; portava inoltre una soma, carica di miele e di burro (o, a seconda delle varianti, di vino e di olio). Il cammelliere allora chiede indicazioni per ritrovare l’animale, e i fratelli gli riferiscono di averlo incontrato più indietro lungo la strada. Il cammello però non si trova e il cammelliere, adirato, li denuncia per furto, facendoli condannare a morte. Poco prima dell’esecuzione, un diverso cammelliere ritrova il cammello perduto, lo restituisce al legittimo proprietario, e consente così che i tre fratelli vengano liberati. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: come avevano potuto i tre fratelli descrivere così precisamente un animale che non avevano mai visto prima, prendendosi così gioco di tutti? Lungo la strada—raccontano i tre—l’erba era stata brucata sul lato peggiore, l’unico dunque visibile dall’occhio buono di un animale orbo, e per giunta era stata brucata malamente, perciò doveva trattarsi anche di un animale sdentato; le orme, poi, erano irregolari, segno del fatto che fosse un animale zoppo, e questo doveva aver provocato la caduta—da un lato— di miele, sul quale infatti si erano posate delle mosche, e—dall’altro—di burro, sul quale invece camminavano delle formiche. Ma che c’entrano i tre fratelli di Serendippo con i due lanciarazzi a cui la fotografia di via Salieri fa riferimento? Nel 2002, a Buccinasco, il Comune decide di costruire un parco giochi nell’area di “Spina Verde”, una zona a ridosso della tangenziale che però si scopre essere interessata da scarichi abusivi. Della ripulitura dagli scarichi viene incaricata la ditta di tal Lorenzo Paolo Quadrio. Quadrio però, durante il lavoro, viene invitato a spostarsi in un terreno adiacente. Su questo “invito a spostarsi” esistono almeno due versioni: Quadrio sostiene che un geometra del Comune, a lavoro iniziato, gli avesse riferito che la conclusione dell’intervento spettava ad una ditta riconducibile a Salvatore Barbaro, imprenditore della zona di origini calabresi, e che a lui toccava invece ripulire un lotto di
verso; un funzionario comunale sostiene invece che sia stato Quadrio stesso a rinunciare con timore all’incarico perché cacciato dalle minacce di Salvatore Barbaro in persona. I lavori di Quadrio si chiudono a settembre del 2003, ma il 26 marzo 2003 aveva già preso fuoco l’auto dell’allora sindaco di Buccinasco, Maurizio Carbonera, e il 12 ottobre 2003 verrà incendiata quella di Simone Bicocchi, il titolare della ditta che aveva vinto l’appalto per costruire il parco giochi. Il 19 agosto 2004—nel corso di un diverso lavoro—l’impresa di Quadrio è impegnata nella pulizia di un’area poco distante da quella precedente (tra via Salieri, via Romagna, e via Archimede), ma la ruspa colpisce quello che un occhio inesperto avrebbe potuto scambiare per un semplice tubo: si tratta invece di un lanciarazzi. Vengono interessati i Carabinieri, che identificano l’oggetto, contattano le unità cinofile e, tra la sera del 19 e il mattino del 20 agosto, trovano un secondo lanciarazzi: il primo era armato (il razzo era cioè inserito nel lanciatore), il secondo invece era diviso, il razzo da una parte e il lanciatore da un’altra, in una sacca verde. I due lanciarazzi vengono sequestrati e il verbale del sequestro viene prodotto nel corso del processo “Cerberus”, che si occuperà delle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel settore del movimento terra dell’hinterland milanese. Quando i lanciarazzi sono stati rinvenuti, le indagini che poi portarono al processo erano appena iniziate. Il processo “Cerberus” si è chiuso il 10 gennaio 2018, dopo due annullamenti con rinvio da parte della Corte di cassazione, condannando—tra gli altri—Salvatore Barbaro per associazione a delinquere di stampo mafioso. Le ditte riferibili a Barbaro, tramite diversi atti di intimidazione, avrebbero imposto la loro presenza necessaria negli interventi immobiliari banditi dal Comune, determinando così una condizione di quasi–monopolio nel settore: esse dettavano cioè i prezzi di mercato, ed erano riuscite ad impossessarsi di fatto dell’intera attività di “movimento terra” a sud–ovest di Milano, potendo dunque contare—se non, talvolta, sulla compiacenza di certi imprenditori— sull’assoggettamento e l’omertà delle ditte concorrenti e degli amministratori comunali. Il percorso mentale che ha portato gli inquirenti dai lanciarazzi alla mafia, si vede, è lo stesso che ha portato i tre fratelli di Serendippo dall’erba brucata al cammello. Si tratta di una delle più antiche attività in cui l’essere umano è impegnato mentre, nel fitto della boscaglia, “decifra” le tracce lasciate dalla preda: «risalire da dati sperimentali apparentemente
di Valerio Aiuti
Valerio Aiuti—Ricercatore in Procedura penale presso
l’Università di Roma La Sapienza
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trascurabili a una realtà complessa non sperimentabile direttamente […] in modo tale da dar luogo a una sequenza narrativa, la cui formulazione più semplice potrebbe essere “qualcuno è passato di là”». C’è un problema, però, che interessa allo stesso modo cammelli e bazooka. Quando le tracce di cui vogliamo conoscere le origini non sono riconducibili a realtà empiriche che possono essere riprodotte a piacimento (come invece avviene nel caso degli esperimenti scientifici), il rigore della sequenza narrativa, ossia la sua capacità di rappresentare fedelmente il passato a partire dal presente, è avvinto da un fatale paradosso: o diamo conto di ogni più piccolo particolare legato a quelle tracce, distaccandole così inesorabilmente da una regola in grado di spiegarle e ricomprenderle, e la loro causa prima risulterà in definitiva imperscrutabile (è il caso delle malattie c.d. “idiopatiche”, che non hanno una causa nota e quindi si risolvono nella minuta diagnosi di una “sofferenza privata”, ἴδιος πάσχειν); o sacrifichiamo qualche particolare, trascurando le differenze per concentrarci invece sulle somiglianze con altre tracce già osservate nel passato, e presto o tardi saremo capaci di ricondurle ad una regola comune che—in forza di una generalizzazione più o meno solida—ci offrirà una spiegazione di quel genere di fenomeni. Quando un pubblico ministero contesta ad un imputato di far parte di un’associazione a delinquere di stampo mafioso è tenuto a dimostrare che, assieme ad almeno altre due persone, l’imputato si sia avvalso della “forza di intimidazione” prodotta dall’esistenza di tale associazione, determinando così una condizione di “assoggettamento” e di “omertà” nei confronti di una platea di individui più o meno vasta, al fine di acquisire la gestione o il controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, oppure al fine di realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, oppure ancora al fine di ostacolare il libero esercizio del voto, o procurare a sé o ad altri delle preferenze nel corso di consultazioni elettorali (art. 416–bis, comma 3, c.p.). Non è necessario che gestioni, profitti, e turbative (i c.d. “reati fine” dell’associazione) siano stati anche concretamente accertati: i partecipi sono puniti dalla legge per il solo fatto di appartenere ad un’associazione di questo tipo. È invece senz’altro necessario dimostrare la “forza di intimidazione” che ha prodotto l’“assoggettamento” e l’“omertà”: si tratta del nucleo di un accusa penale di questo tipo, il c.d. “metodo mafioso”. Attraverso
di esso, questo genere di organizzazioni criminali intraprende quel particolare trading di capitale sociale la cui manifestazione senz’altro più nota sta—per esempio—nel pizzo: il “controllo del territorio” solitamente associato alla mafia si produce infatti attraverso uno scambio perverso tra protezione (offerta dall’organizzazione) e assoggettamento (che questa stessa offerta induce nei destinatari); l’associazione, estorcendo, protegge (o—se si vuole—proteggendo, estorce), e crea così quella rete di relazioni che ne costituisce la prima e più autentica fonte di ricchezza (a prescindere dalle attività lecite o illecite che poi in concreto perseguirà). Quando invece un difensore sostiene che il proprio assistito non faccia parte di un associazione mafiosa può ad esempio tentare di dimostrare che gli atti di intimidazione non fossero affatto riferibili a quell’associazione, la quale quindi è—al massimo—un’associazione a delinquere semplice (art. 416 c.p.), che non si avvale cioè di quel particolarissimo metodo. Il pubblico ministero, insomma, tende a sacrificare le particolarità delle singole vicende che vuole accertare per riportarle ad una regola che spieghi una vasta porzione di realtà nei termini in cui il concetto di “associazione a delinquere di stampo mafioso” la definisce; il difensore invece punta ad accentuare quelle particolarità e differenze, al preciso fine di escludere che quelle vicende siano riconducibili al reato che comunemente chiamiamo “mafia”. Nella sentenza di primo grado del processo “Cerberus”, il rinvenimento dei lanciarazzi è stato in un primo momento considerato tra gli atti intimidatori in grado di dimostrare quella tipica “forza” di cui la ‘ndrina dei Barbaro si sarebbe avvalsa, inducendo assoggettamento e omertà negli imprenditori e negli amministratori pubblici di Buccinasco. Nel corso del dibattimento—però— i lanciarazzi sono finiti sullo sfondo, senza essere mai più rievocati in nessuno dei successivi (sei) gradi di giudizio: il ritrovamento ha solo contribuito ad escludere che la ‘ndrina dei Barbaro, di cui invece verrà giudizialmente accertata l’esistenza, fosse una ‘ndrina “armata” (art. 416–bis, comma 4, c.p.). Probabilmente, per quanto rinvenire due lanciarazzi in un fosso non sia una cosa di quotidiana esperienza, non si trattava di un fatto di grande importanza, nell’economia del processo “Cerberus”. Le intimidazioni dalle quali sarebbe promanata la “forza” della ‘ndrina dei Barbaro sono state ritenute evincibili da altri fatti, più significativi, o meglio riconducibili al ruolo che i Barbaro si
erano ritagliati nel settore del movimento terra milanese. Così, poiché nessuno è mai stato in grado di associare quei lanciarazzi alla singola asso ciazione capeggiata da Salvatore Barbaro, quel singolo fatto—per quanto sorprendente—è rimasto relegato tra gli eventi individuali e non riconducibili ad alcuna regolarità o spiegazione comprendente: abbiamo dell’erba smossa, ma non siamo nemmeno in grado di dire se sia stata davvero brucata.
che non c’è (è il caso delle illusioni pareidolitiche in cui incappa l’osservatore ossessionato dalla Sacra Sindone). Il pubblico ministero, ad esempio, rischia spesso di prendere per correlazione causale la presenza invece casuale di caratteristiche comuni tra fenomeni diversi: dove c’è una certa associazione criminale è probabile che ci siano armi da guerra, ma non è affatto vero l’inverso (di armi pesanti dispongono associazioni criminali molto distanti tra loro, che svolgono traffici autonomi, ma di armi pesanti dispone anche l’esercito, per esempio). È una pratica che per ragioni giudiziarie non possiamo certo ripercorrere, ma di cui possiamo osservare la ricorsività e la pervasivi tà: si tratta di una pratica ricorsiva perché agisce sì nella iniziale riconduzione dei lanciarazzi alle condotte dei Barbaro, ma agisce anche nella successiva riconduzione dell’organizzazione dei Barbaro ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso, ancorché presente in un territorio c.d. “non tradizionale” qual era— al tempo—l’hinterland Milanese; si tratta poi di una pratica pervasiva perché il rinvenimento dei lanciarazzi si trasforma continuamente, da fatto intimidatorio in cui consisterebbe il “metodo mafioso” dei Barbaro, in circostanza aggravante del reato (poi esclusa), per diventare quindi un elemento processualmente irrilevante nel caso “Cerberus”, ma—circolando in processi di versi da “Cerberus”—rilevante nella ricostruzione di fatti lontanissimi da Buccinasco, per storia, geografia, e dinamica, collegati tra loro dal solo fatto di essere stati commessi nel contesto di guerre di ‘ndrangheta.
2. Meta–metonimie Nell’arte venatoria, così come nella scienza medica e nella giurisprudenza, il rapporto col fatto individuale da ricondurre ad una regola generale è spesso tormentato: con quanta sicurezza si può dire che questa traccia sia la conseguenza di questo antecedente, e che non sia invece possibile immaginare altri antecedenti altrettanto ragionevoli che potrebbero averla prodotta? L’erba è stata brucata da un cammello o da una pecora? È passata una truppa di soldati a calpestare il prato? La figura retorica che domina la ricostruzione di un evento del passato non più sperimentabile direttamente è dunque la metonimia, la parte per il tutto. Anche nel processo, il punto è stabilire se dalle “parti” raccolte dal pubblico ministero sia ragionevolmente inferibile il “tutto” stabilito dalla norma incriminatrice: i lanciarazzi costituiscono un atto di intimidazione di cui Tizio, Caio, e Sempronio si sono avvalsi, producendo assoggettamento e omertà, ai loro loschi fini? Oppure, considerando che sono stati rinvenuti sottoterra, dopo uno scavo, solo parzialmente assemblati, in una zona a ridosso di una tangenziale, potrebbero essere caduti (o magari potrebbero essere stati nascosti?) da qualcuno che passava di lì qualche tempo prima? La pratica della metonimia lascia così all’interprete un certo margine di manovra: un margine limitato (è solo in virtù delle sue conoscenze pregresse che è possibile costruire una generalizzazione più o meno solida, in grado di ricondurre la parte al tutto), ma ricco di opportunità (il confine invalicabile dell’immaginazione è solo quello del ragionevole e del mondano, perché i lanciarazzi non possono senz’altro essersi materializzati in un fosso come per magia). Nell’esercizio di questa pratica influiscono, com’è ovvio, i punti di vista idiosincratici di chi osserva le tracce, che quando si affeziona a un’idea rischia di “vederci” anche quello
3. Mafie locali, mafie globali Le indagini del processo “Cerberus” iniziano poco dopo gli incendi d’auto cui abbiamo accennato. Nel ricondurli ad un’ipotesi di reato globale, gli inquirenti dovevano fronteggiare una ben nota difficoltà giuridica: come si fa ad accertare l’esistenza di una ‘ndrina in un posto diverso dalla Calabria? La domanda nasconde già un pregiudizio (perché mai dovremmo pensare proprio ad una ‘ndrina, se prende fuoco un’auto a Buccinasco?), allora motivato dalla “fama criminale” di cui i Barbaro godevano in virtù del legame familiare con i Papalia (Salvatore è infatti il marito della figlia di Rocco Papalia), una delle più note ‘ndrine milanesi sgominata dal processo “Nord–Sud”10. La stessa domanda comporta poi un avvertimento piuttosto ovvio: non è possibile pretendere che la realtà sociologica di
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cui si occupano processi così impegnativi venga completamente “catturata” dalle maglie del diritto, che è costretto a confrontarsi con norme giuridiche molto precise, di cui deve accertare la ricorrenza nei casi concreti. La norma che punisce l’associazione mafiosa orienta insomma l’accertamento dei fatti che potrebbero dimostrare la ricorrenza del delitto, selezionando in anticipo quelli che possono interessare il processo e quelli che—anche se sociologicamente significativi—risultano giuridicamente irrilevanti; ma anche l’accertamento di certi fatti di cui il processo fatalmente finisce per occuparsi attrae certe vicende nel campo applicativo di norme diverse da quelle che avevamo inizialmente immaginato11: un processo relativo ad una semplice estorsione può trasformarsi, mano a mano che i fatti alla sua base vengono precisati, in un importante processo di mafia. Il punto di vista dal quale si può riflettere sul ritrovamento dei lanciarazzi, dunque, è un poco ristretto, ma consente—ironia della sorte—di trarre da pochi e sparuti indizi i tratti fondamentali di pratiche cognitive molto più ampie. La ricorrenza di organizzazioni criminali di stampo mafioso in aree c.d. “non tradizionali”, in particolare, presenta almeno tre ordini di difficoltà, secondo la letteratura. In primo luogo, è una realtà sociologica nota che l’immigrazione interna degli anni ’60 e ’70 abbia favorito, quando consapevolmente, quando meno consapevolmente, l’espansione di molti gruppi criminali in territori diversi da quelli di origine. Il problema è che, su tali territori, i nuovi gruppi non possono esercitare lo stesso controllo che, nei territori di origine, gli deriva invece dalla c.d. “riserva di violenza” accumulata dalla storia tradizionale dell’associazione: occorre quindi spesso interrogarsi su modalità di “affermazione” meno consuete di quelle tradizionali, e praticate al di fuori dei contesti regionali in cui certe mafie sono nate e hanno per lungo tempo prosperato. La ‘ndrangheta, poi, ha una struttura interna particolare, frutto della matrice familiare dei legami che avvincono i componenti nucleari delle singole consorterie: diversamente dalla cosche di Cosa Nostra, le Locali di ‘ndrangheta (ossia, le ‘ndrine territoriali) fanno riferimento al Crimine (ossia, l’organizzazione centrale) solo in linea di principio, rimanendo—per ragioni di sicurezza, ma anche costitutive—relativamente autonome nelle scelte e nelle strategie individuali. Ritenere che una certa associazione criminale costituisca una vera e propria ‘ndrina anche se opera al di fuori dal territorio tra
dizionale della ‘ndrangheta, e inferirlo a partire dal solo collegamento con altre associazioni criminali mafiose calabresi, insomma, può risultare
dazione che nasce dall’esistenza della ‘ndrina: il pubblico ministero avrebbe cioè dovuto dimostrare l’esistenza di atti concreti, riferibili ai singoli partecipanti, o all’intero gruppo, attraverso i quali i membri dell’organizzazione, provocando assoggettamento e omertà, incutevano quel timore sociale tipico della “mafiosità” (tutte le associazioni fatte così e così sono ‘ndrine, questa associazione è fatta così e così, quindi questa associazione è una ‘ndrina; i componenti di questa ‘ndrina hanno minacciato o esercitato violenza su certi individui, sottolineando la propria provenienza e caratura criminale, quindi il timore prodotto e le conseguenti reazioni dei cittadini si spiegano in virtù della presenza di una “mafia” sul territorio). Le conseguenze politico–criminali delle due tesi sono piuttosto chiare. Quando ci si trova di fronte ad un’organizzazione criminale che sembra mafiosa, ma che opera in un’area non tradizionale, accontentarsi di dimostrare il collegamento tra la nuova organizzazione e la casa madre rende l’art. 416–bis c.p. uno strumento di prevenzione della diffusione di un fenomeno che si dà per presupposto (un compito, però, che al diritto penale istituzionalmente non spetta, avendo esso una funzione —al più— repressiva). Diagnosticare la “mafiosità” di un’associazione criminale in questi termini può infatti condurre a punire anche organizzazioni di cui sospettiamo solo la mafiosità, prima ancora che qualsiasi condotta esteriore degli associati manifesti la “forza di intimidazione” tipica del metodo mafioso. Spingersi alla prova dello sfruttamento in concreto della forza intimidatrice, sia che questa derivi da vere e proprie violenze o minacce, sia che venga implicata «dal non detto, dall’accennato, dal sussurrato, dall’evocazione di una potenza criminale cui si ritenga vano resistere», rischia invece di accreditare l’idea che di mafia si possa parlare, in sostanza, soltanto negli ormai obsoleti limiti dell’immaginario in cui l’art. 416–bis c.p. è stato concepito (Cosa Nostra, e l’ambiente siciliano degli anni ’80 e ’90). La questione è ancora attuale: è stata posta di recente, per esempio, nel processo “Mafia Capitale”, ma era anche tra le questioni principali del processo “Cerberus”. La Cassazione ha infatti annullato per due volte la sentenza di condanna di primo grado (confermata in appello) proprio su questo punto. La tesi centrale del Tribunale di Milano, infatti, è che Salvatore Barbaro, genero di Rocco Papalia, avesse raccolto l’eredità criminale del potente suocero spendendone il nome; compiendo certi atti d’intimidazione, avrebbe poi determi
nato un generale assoggettamento dei concorrenti economici e degli amministratori pubblici alle società riferibili alla famiglia, e generato così una condizione di omertà diffusa e penetrante, estesa fin dentro allo stesso processo di primo grado. La Cassazione ha invece insistito sulla necessità di accertare che la spendita del nome, solo ventilata dal Tribunale, fosse stata effettiva, presentandosi cioè come un segnale di chiara derivazione della nuova organizzazione da quella precedente; che degli atti di intimidazione—per lo più anonimi—fosse ricollegabile in senso quantomeno causale il destinatario agli autori putativi; e che dietro quella che è stata rapidamente rubricata come omertà non si celasse invece una semplice inattendibilità di testimoni d’accusa spesso solo confusi o contraddittori. Il Tribunale di Milano aveva dunque fatto proprio l’indirizzo interpretativo pronto a riconoscere come “mafiosa” qualsiasi organizzazione si avvalga di una “fama criminale” alla stregua di un’etichetta, se è internamente strutturata come una organizzazione criminale tradizionale, e a prescindere dal fatto che di tale “fama criminale” i singoli associati si siano in concreto avvalsi; la Cassazione ha invece costretto i giudici di rinvio ad abbracciare l’indirizzo interpretativo contrario, escludendo che si potesse ragionare in termini di “fama criminale” e verificando anzi che tra intimidazioni e condotte degli imprenditori ci fosse un legame riferibile ai Barbaro e ai loro traffici. Il Tribunale di Milano, insomma, ha sacrificato i dettagli per ricondurre certi fatti eclatanti ad una regola sociologica onnicomprensiva; la Cassazione ha invece invitato alla cautela, conducendo così a scartare gli eventi in alcun modo riferibili all’associazione da quelle “parti” in base alle quali sarebbe stato possibile evincere un “tutto” criminale di maggiore profondità. Il risultato è curioso. Uno dei motivi di scarsa emersione della penetrazione mafiosa al Nord è, come noto, la cattiva preparazione culturale anche degli operatori giudiziari. Le indagini sui reati fine (la singola estorsione, il singolo traffico di stupefacenti), meno costose e produttive di risultati maggiormente tangibili, sono state spesso preferite ad indagini più ampie, relative all’esistenza di organizzazioni criminali più estese: queste ultime, infatti, sono indagini non solo più costose ma—come si sarà intuito—anche giuridicamente più complesse da sostenere. Nel processo “Cerberus”, alla fine dei sei gradi di giudizio, è invece avvenuto l’inverso: nessuno dei c.d. “reati fine” è sta
a tratti impossibile.
Nel caso della mafia milanese, inoltre, si aggiungeva una difficoltà anche, per così dire, “empirica”: il processo “Nord–Sud” aveva infatti del tutto smantellato l’economia illegale collegata al traffico di stupefacenti in cui la ‘ndrangheta milanese aveva investito la maggior parte delle proprie risorse, negli anni ’80 e ’90. I figli e i nipoti dei boss storici avevano ormai imboccato la strada dell’economia legale, e in particolare quella del settore del movimento terra, nel cui contesto il “metodo mafioso” produce però “intimidazioni” e “assoggettamenti” che è a tratti impossibile postulare: se un imprenditore rinuncia a partecipare ad una gara solo perché sa che un concorrente porta un certo cognome, e in assenza di alcun tipo di contatto tra i due, si può parlare di un “assoggettamento” che segue ad una qualche forma di “intimidazione”? Si apre insomma il problema delle c.d. “mafie silenti”, ossia di quelle organizzazioni la cui struttura interna è riconducibile—per riti di iniziazione, mitologie fondative, regole interne, e sanzioni—ad una organizzazione mafiosa tradizionale, ma che non sfrutta mezzi di intimidazione tradizionali (come la violenza o la minaccia), e opera per giunta in un territorio diversissimo da quello originario di quel tipo di organizzazioni. Su questi punti, al tempo in cui “Cerberus” è stato istruito, la Cassazione era spaccata. Secondo parte della giurisprudenza era sufficiente provare il collegamento tra la nuova associazione e la casa madre per attribuire anche alla nuova associazione l’etichetta della “mafiosità” (come una sorta di franching criminale): anche senza aver dimostrato che i partecipanti avessero compiuto veri e propri atti intimidatori, il collegamento tra la nuova associazione e la casa madre sarebbe stato sufficiente a ricondurre i comportamenti anomali dei cittadini ad un timore diffuso, di origine “mafiosa”, e l’associazione criminale ad una propaggine di una “mafia storica” (tutte le associazioni fatte così e così sono ‘ndrine, questa associazione è fatta così e così, quindi questa associazione è una ‘ndrina; le ‘ndrine producono notoriamente timore e assoggettamento, quindi se i cittadini ne temevano i componenti è perché sapevano che si trattava di una ‘ndrina). Altra parte della giurisprudenza, invece, riteneva che essere puniti per associazione “mafiosa” significasse innanzitutto essersi effettivamente “avvalsi” della forza dell’intimi
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to accertato, chiudendo perciò la vicenda con l’accertamento di un “solo”, ma importante, reato associativo. Gli atti di intimidazione si sono così trasformati in tracce dell’esistenza di una sorta di clima diffuso di terrore, prodotto dai Barbaro nella stretta comunità di riferimento del settore del movimento terra di Buccinasco. Il cammello è passato di qui, insomma, ma nessuno l’ha visto: rimane solo l’erba tagliata (o calpestata? O brucata?).
disporre grazie al fascino seduttivo di un personaggio dalla storia criminale e umana davvero irripetibile, che non ha alcun collegamento diretto con la ‘ndrangheta di Buccinasco: Emilio Di Giovine. Emilio è il figlio di Maria Serraino (“mamma eroina”), monopolista pressoché assoluta del traffico di stupefacenti milanese degli anni ’80 e ’90 attorno a Piazza Prealpi: pur non essendo mai stato formalmente affiliato, è però diventato in breve tempo uno dei più potenti ‘ndranghetisti italiani. Dopo essersi pentito, ha raccontato in un lungo memoir i particolari più incredibili della sua vita da boss. Tra questi, le circostanze che lo hanno portato a rifornire, nel corso della c.d. “seconda guerra di mafia” (1985–1991), le ‘ndrine calabresi di armi pesanti. La storia è molto nota: alla metà anni ‘80 nasce una faida tra le famiglie De Stefano e Serraino–Condello–Imerti, la cui posta in gioco riguarda la spartizione dei cantieri relativi alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e di una base NATO ad Isola di Capo Rizzuto; Emilio gestisce enormi traffici di hashish tra il Marocco, la Spagna, e Milano, ma ha bisogno di armi per contrastare i De Stefano in Calabria (a Milano, una fazione alleata ai De Stefano e in contrasto con i Serraino è invece proprio la famiglia Barbaro); su un aereo che va da Barcellona (luogo in cui conduceva i suoi traffici) e Zurigo (luogo in cui riusciva a mettere al sicuro i proventi dei traffici), incontra una modella bellissima, di cui si invaghisce perdutamente; per ragioni sentimentali, però, decide di lasciarla, rivelando alla modella il proprio passato criminale. La modella non si scompone e, forse in un estremo tentativo di continuare a tenere Emilio con sé, gli rivela a sua volta di essere figlia di un potente trafficante di armi. Emilio coglie l’occasione al balzo per incontrare il padre della modella a cena e stringe un accordo fondamentale per il seguito della guerra: pagando le armi in contanti, o con partite di droga, riesce a deviare un traffico di artiglieria che dalla ex–Jugoslavia era destinato al Kenya, e se ne appropria per foraggiare la faida tra i Serraino e i De Stefano. Da questo momento in poi, cronache e provvedimenti giudiziari riferiscono continui ritrovamenti di lanciarazzi identici a quelli poi ritrovati a Buccinasco, tra Milano e Reggio Calabria: il boss Mario Albanese e il suo autista, Demetrio Flaviano, muoiono in conseguenza di un agguato in cui viene utilizzato un lanciarazzi di quel tipo, il 21 febbraio del 1991; nel 1996, due lanciarazzi M80 vengono ritrovati in un ar
senale a via degli Artieri, a Milano, in un appartamento in possesso di Silvia Merico, sorella di Bruno, genero di Emilio; il 10 maggio 2004, un commando di uomini fa fuoco contro l’auto blindata del boss Antonio Dragone, costringendolo ad uscire dopo avergli puntato addosso un lanciarazzi, e lo finisce a colpi di kalashnikov; il 19 agosto 2004 vengono ritrovati i due M80 a Buccinasco; il 2 ottobre 2004 Carmine Arena, boss della ‘ndrina di Isola Capo Rizzuto, viene ucciso in un agguato a colpi di M80 contro la sua Lancia Thema blindata; il 5 ottobre 2010 una telefonata anonima alla Questura di Reggio Calabria avverte della presenza di un M80 diretto, in via intimidatoria, all’allora Procuratore Distrettuale Antimafia Giuseppe Pignatone; il 17 febbraio 2022 due M80 carichi e funzionanti vengono rinvenuti dai Cacciatori di Vibo Valentia tra Caraffa del Bianco e Bruzzano Zeffirio, in provincia di Reggio Calabria, nel corso di un servizio di rastrellamento . La ricostruzione di questo traffico non può andare oltre la raccolta di queste tracce. Il resto dell’inferenza resta invece all’osservatore . Si può al più avanzare una suggestione: impostando come punto di partenza il quartiere Ghisolfa a Milano (in cui erano stabiliti i Serraino), e come punto di arrivo Reggio Calabria, la strada più breve per raggiungere la A1 è in effetti proprio la tangenziale ovest (la A80), che tocca Buccinasco all’altezza del kilometro 10, pochi metri vicino al lembo di terra tra Via Salieri, via Romagna, e Via Archimede in cui i due lanciarazzi oggetto (nascosto) di questa fotografia sono stati ritrovati. Consideriamo l’antagonismo tra i Barbaro e i Di Giovine (che quindi può escludere una cessione di armi tanto distruttive), e la chiusura dei canali illegali dei Papalia—di cui i Barbaro si considerano in qualche modo un’emanazione—dopo il processo “Nord–Sud” (che quindi può escludere un approvvigionamento autonomo). Da questo punto di vista, è senz’altro più facile vedere nei lanciarazzi oggetti che provengono da gruppi criminali scollegati dalla ‘ndrangheta di Buccinasco, e destinati ad altri scopi (alcuni, poi, drammaticamente realizzatisi), anziché l’arma necessaria ad aggiudicarsi la pulizia di un campo di periferia. Come in ogni metonimia, però, la domanda costringe il pensiero ad oscillare continuamente tra le immagini: l’erba è brucata o solo calpestata? È passato un cammello, o sono le nostre stesse orme ad
4. Bazooka mon amour Abbiamo parlato dei bazooka come metonimia (fallita) della ‘ndrangheta di Buccinasco, e della ‘ndrangheta di Buccinasco come metonimia (riuscita) della ‘ndrangheta calabrese. Ora non resta che seguire il percorso dei ba zooka, stavolta, come metafora di un fenomeno che lessici giornalistici poco sorvegliati definiscono “una piovra” o “un cancro”: non si intende ovviamente suggerire alcun quadro ricostruttivo, perché – com’è stato correttamente sottolineato – la metafora della “piovra”, così come quella del “cancro”, inducono una rappresentazione “totalizzante” del fenomeno mafioso che, quando non si riduce allo schema “tutto è mafia, quindi niente è mafia”, collima comunque col complottismo; quando gli autori della mostra mi hanno incaricato di ricostruire la breve storia dietro questa fotografia, però, mi sono trovato di fronte ad una serie di ricorrenze che vale la pena di osservare cronologicamente. Fin qui abbiamo utilizzato in modo promiscuo il termine bazooka e il termine lanciarazzi, ma si tratta di due cose diverse: nel bazooka il razzo viene inserito completamente, e dal lato posteriore del lanciatore, nel lanciarazzi invece è sufficiente inserire il motore del razzo dalla parte anteriore del lanciatore, lasciando fuori la testata; il lanciarazzi è quindi più leggero e versatile, il bazooka più pesante e complesso da utilizzare. A Buccinasco sono stati rinvenuti due lanciarazzi M–80, calibro 64 mm., di fabbricazione balcanica (portavano ancora l’etichetta del Federal Directorate for Supply and Procure ment, un’agenzia di armamenti dell’ex governo Jugoslavo): si tratta di un’arma anticarro molto leggera e monouso, di facile costruzione e distribuzione, poco precisa, ma con una gittata di circa 220 metri, e una seria potenza distruttrice (penetra 30 centimetri di ferro, e 1 metro di cemento); il suo nome commerciale è infatti Zolja, che in serbo vuol dire “vespa”, un insetto piccolo e dall’aculeo notoriamente molto doloroso. Di essa, alcune ‘ndrine hanno iniziato a
aver lasciato una traccia particolare?
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CANALI DI DEFLUSSO PERIMETRANTI L’AREA VERDE TRA VIA SALIERI E VIA ARCHIMEDE, BUCCINASCO, MILANO, 2023 Le due aree verdi al cui interno nell’agosto 2004 sono stati ritrovati i due lanciarazzi Zolja M80 presentano lungo i loro bordi una sequenza di canali di deflusso delle acque piovane, sorta di confine dentro il confine disegnato dal loro perimetro delimitato da Via Archimede, Via Romagna, Via Salieri e la Tangenziale Ovest di Buccinasco. Il verbale dei Carabinieri indica un punto non meglio precisato “all’interno di un canalone” come luogo del ritrovamento di una delle due armi: qualsiasi tratto delle diverse centinaia di metri della rete di canali potrebbe essere il luogo in cui uno dei due lanciarazzi è stato all’epoca nascosto, perduto oppure abbandonato.
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Canali di deflusso perimetranti l’area verde tra Via Salieri e Via Archimede, Buccinasco, Milano, 2023 N. 94 stampe inkjet 18x13cm, dimensione opera 135x185cm
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BUCCINASCO, ARCHIVIO DELLO SPAZIO, 2023. Riproduzione di stampe fotografiche tratte dalla documentazione del territorio di Buccinasco realizzata da Adriano Carafòli nel 1992 per Archivio dello Spazio. Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo, Milano, 2023
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Buccinasco, Archivio dello Spazio, 2023
N. 9 stampe inkjet 12x75cm e 12x60cm, 2 opere di dimensione 81x110cm ciascuna
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AREA GIOCHI DEL PARCO SPINA VERDE, BUCCINASCO, MILANO, 2012
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RICOSTRUZIONE DELL’AREA GIOCHI DI SPINA VERDE REALIZZATA CON 1604 RILIEVI FOTOGRAFICI IN PIANTA, BUCCINASCO, MILANO, 2023. Il Parco Spina Verde si trova nella zona sud–ovest di Buccinasco, nei pressi della Tangenziale. Nel 2003 il Comune decide di avviare dei lavori per convertire la zona a area verde, con piantumazione di alberi e allestimento di un’area giochi per bambini. Prima dell’inizio dei lavori il terreno era stato oggetto di scarichi abusivi di materiali inquinanti tra cui macerie e eternit, segnalati al Comune dalla ditta incaricata dell’appalto, e mesi prima anche dall’allora sindaco di Buccinasco Maurizio Carbonera. Salvatore Barbaro, poi condannato a conclusione del processo Cerberus per associazione mafiosa in quanto membro del clan della ‘ndrangheta dei Barbaro–Papalia, ha ottenuto l’appalto per l’intervento di ripristino e spianamento. Le indagini che hanno portato al processo hanno indicato l’impresa movimento terra di Barbaro come responsabile dell’abbandono di rifiuti nel terreno di Spina Verde. Secondo gli inquirenti Barbaro avrebbe utilizzato l’intimidazione e la violenza per ottenere l’incarico per la sistemazione di quel terreno, successivamente inquinato dal carico dei suoi stessi camion. I rifiuti abbandonati nel terreno di Spina Verde non sono mai stati rimossi.
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Ricostruzione dell’area giochi di Spina Verde realizzata con 1604 rilievi foto grafici in pianta, Buccinasco, Milano, 2023 110 stampe Xerox 36,5x28cm, dimensione opera 338x405cm
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VIA DELLA RESISTENZA, BUCCINASCO, MILANO. IL GIORNO PRIMA DELLA FALCIATURA DEL 9 MARZO 2023. L’area verde di Via della Resistenza, una superficie di 7000mq, è inutilizzabile dal 2003, quando è stata accertata la presenza di rifiuti interrati e sostanze inquinanti, tra cui idrocarburi e cromo esavalente. L’origine dell’inquinamento risale al 2001, quando macerie e materiali di scarto sono stati trasportati da autocarri nel corso di centinaia di viaggi, provenienti dalla demolizione di un’azienda nei pressi di Assago. Prima del 2001 l’area ospitava degli orti urbani non autorizzati, poi fatti rimuovere dal sindaco di Buccinasco Guido Lanati. Nel 2002 la ditta di Rosario e Salvatore Barbaro ha chiesto al Comune il pagamento di una fattura per lavori eseguiti per il trasporto di terra di coltivo in Via della Resistenza, a seguito di un incarico che avrebbero ricevuto durante il commissariamento che aveva preceduto le elezioni di maggio 2002. Ad oggi i responsabili degli scarichi abusivi sono rimasti ignoti; il risanamento dell’area non è stato ancora effettuato a causa del costo elevato dell’operazione, stimato intorno ai tre milioni di euro.
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Via della Resistenza, Buccinasco, Milano, 2023
N. 4 stampe inkjet di vari formati, dimensione opera 60x50cm
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FASCICOLI CONTENENTI LA DOCUMENTAZIONE RELATIVA AL PRATO DI VIA DELLA RESISTENZA, BUCCINA­
SCO, MILANO, 2023
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SOLLECITO DI PAGAMENTO FIRMATO DA ROSARIO BARBARO INDIRIZZATO AL COMUNE DI BUCCINASCO,
MILANO, 2023
SETTORE AMBIENTE E CONTROLLO DEL TERRITORIO, BUCCINASCO, MILANO, 2023
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FALCIATURA DEL PRATO DI VIA DELLA RESISTENZA , BUCCINASCO, MILANO, 2023. VIDEOPROIEZIONE 19’14’’
Fotogrammi
Fotogrammi tratti da Falciatura del prato di Via della Resistenza
Videoproiezione, 19′14′
FALCIATURA DEL PRATO DI VIA DELLA RESISTENZA, BUCCINASCO, MILANO, 2023. VIDEOPROIEZIONE 19’14”
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Falciatura del prato di Via della Resistenza, Buccinasco, Milano, 2023
Videoproiezione, 19′14′
Falciatura del prato di Via della Resistenza, Buccinasco, Milano, 2023
Videoproiezione, 19′14′
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Fascicoli contenenti la documentazione relativa al prato di Via della Resisten za, Buccinasco, Milano, 2023 N. 2 stampe inkjet, 75x100cm ciascuna
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BOX DEL GARAGE IN VIA ALDO MORO N. 8, BUCCINASCO, MILANO, 2023. Cesare Casella è stato vittima di uno dei più lunghi sequestri a scopo di estorsione avvenuti in Italia. Figlio del titolare di un concessionario auto di Pavia, è stato rapito il 18 gennaio 1988 e inizialmente tenuto prigioniero in un box auto a Buccinasco. Dopo circa dieci giorni i rapitori lo hanno portato in Calabria nell’Aspromonte, dove è rimasto per circa due anni, fino al rilascio avvenuto il 30 gennaio 1990 a seguito del pagamento di un miliardo di lire di riscatto. Nel 2017 il Comune ha assegnato lo spazio alla sezione scout del C.N.G.E.I. di Buccinasco.
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VISTA DALL’ABITAZIONE DI ANTONIO PAPALIA, BUCCINASCO, MILANO, 2023. La palazzina di due piani, appartenuta al boss della ‘ndrangheta Antonio Papalia, è stata confiscata nel 2004, primo bene tolto alla criminalità organizzata a Buccinasco. Oggi è la sede della delegazione locale della Croce Rossa Italiana.
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Vista dall’abitazione di Antonio Papalia, Buccinasco, Milano, 2023
Stampa inkjet, 128x160cm
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VISTA DALLA VILLA DEL CLAN PAPALIA, PLATÌ, REGGIO CALABRIA, 2014
PIETRA CAPPA, ASPROMONTE, REGGIO CALABRIA, 2014
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TELESCOPIO SWAROVSKI, VIBO VALENTIA, 2023. Platì è un comune di circa 3700 abitanti in provincia di Reggio Calabria, alle pendici dell’Aspromonte. Luogo di origine di diversi clan della ‘ndrangheta, tra cui i Barbaro e i Papalia, Platì a partire dal secondo dopoguerra ha conosciuto un’importante migrazione verso il Nord Italia e anche all’estero, soprattutto in Canada e Australia. Buccinasco e le zone limitrofe alla periferia sud-ovest di Milano sono state una delle destinazioni principali dell’esodo da Platì, mentre nel corso degli anni ’60 la popolazione di Buccinasco è raddoppiata: all’interno di questa crescita demografica e economica si colloca l’inizio dell’insediamento della ‘ndrangheta nel Nord Italia. Così ha raccontato il collaboratore di giustizia Saverio Morabito, uno dei primi pentiti della mafia calabrese: “Mio padre ci aspettava, aveva riunito la famiglia, ci aveva portati a Buccinasco che all’epoca si chiamava Romano Banco: quattro case, non come Platí, ma quasi. Ho capito in fretta che non era proprio un mondo nuovo quello che andavamo a scoprire.” Sul territorio di Platì, come in diverse altre aree della regione, è operativo lo Squadrone Eliportato Carabinieri “Cacciatori di Calabria”, reparto speciale dell’Arma dedicato alla lotta al crimine organizzato e alla cattura dei latitanti mafiosi.
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LEATHERMAN, PLATÌ, REGGIO CALABRIA, 2015
VANO DI ACCESSO A UN BUNKER, PLATÌ, REGGIO CALABRIA, 2015
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CACCIATORI DI CALABRIA, 2023. VIDEOPROIEZIONE, 6’20”
Fotogrammi
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CACCIATORI DI CALABRIA, 2023. VIDEOPROIEZIONE, 6’20”
Fotogrammi
CACCIATORI DI CALABRIA, 2023. VIDEOPROIEZIONE, 6’20”
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VEDUTA DI PLATÌ, REGGIO CALABRIA, 2023
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Telescopio Swarovski, Vibo Valentia, 2023
Stampa inkjet, 180x144cm
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Vano di accesso a un bunker, Platì, Reggio Calabria, 2015
Stampa inkjet, 128x160cm
Leatherman, Platì, Reggio Calabria, 2015
Stampa inkjet, 50x35cm
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Veduta di Platì, Reggio Calabria, 2023
N. 3 stampe inkjet 180x144cm ciascuna
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Pietra Cappa, Aspromonte, Reggio Calabria, 2014
Stampa inkjet, 180x144cm
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Immagini, visioni e paesaggi
Come si fa a vedere la mafia? Si può vedere o è invisibile? È un’associazione segreta che si nasconde, si mimetizza? Si può distinguere dal contesto in cui è presente? Oppure si sovrappone al contesto, non ha forma propria? Qual è il paesaggio delle mafie? Questi sono alcuni interrogativi che solleva il tema di come vedere la mafia, quindi di come rappresentarla, ovvero riconoscerla e anche, e forse ancor prima, immaginarla. Com’è noto, l’immaginario mafiologico è molto ampio, stratificato e multiforme, alimentato peraltro da persistenti stereotipi e luoghi comuni. La mafia fa parte di quella categoria di soggetti per i quali l’immaginario conta tantissimo. Le immagini che richiamano l’universo mafioso esercitano profondi effetti performativi sul fenomeno, contribuendo alla sua costituzione e configurazione. Si tratta di un immaginario prodotto da molteplici strumenti di creazione e canali di rappresentazione. Tra questi, la fotografia ha ovviamente le sue peculiarità: fissa un’immagine, mette a fuoco e perimetra, seleziona una prospettiva, adottando un certo sguardo. Catturare un’immagine implica peraltro un atto di costruzione che richiede creatività e appunto immaginazione. Non è dunque una mera riproduzione della realtà. Tutto ciò è evidente nel progetto La Teoria del vuoto, in continuità con il precedente Corpi di Reato. Un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi nell’Italia contemporanea: gli autori non vogliono riprodurre il fenomeno mafioso, non vogliono rappresentarlo realisticamente e neppure simbolicamente, piuttosto costruiscono immagini incrociando ottiche plurali, piani sequenza e livelli di scala differenti. Ne risulta una rappresentazione che definirei «rarefatta», della quale non è immediato cogliere senso e significato. Non c’è il fenomeno, si rimanda al contesto, che però non è facile da decifrare. Sono immagini senza centro, che richiedono di essere attentamente osservate: per individuare i pieni e i vuoti, per trovare la presenza di linee di distinzione, per capire cosa c’è dentro e cosa resta fuori, per cogliere il «fuoricampo», per comprender da dove e come sono state «scattate», selezionate, montate e riconfigurate. Sono immagini, a me pare, prodotte da uno sguardo laterale e obliquo, un’ottica che evita di cadere nella trappola delle visioni mafiocentriche. Queste ultime sono molto diffuse, ma fuorvianti: visioni in base alle quali tutto sembra dipendere da ciò che vuole e fa la mafia, rappresentata come attore onnipotente sia nelle aree di insediamento originario sia in quelle di nuova espansione. Una prospettiva che in realtà non aiuta a comprendere i processi di radicamento territoriale delle mafie, né quelli di diffusione, e che paradossalmente finisce per assomigliare alla ben nota tesi secondo la quale «tutto è mafia, quindi niente è mafia». Un’ottica che quindi non tiene conto del fatto che la questione fondamentale—non solo al Sud, ma anche al Nord —riguarda in generale il rapporto tra legalità e illegalità, che appare sempre più caratterizzato da confini opachi e porosi, e più in particolare la crescente commistione tra le due sfere, che ha come terreno di incontro la politica e l’economia nei loro concreti meccanismi di regolazione e di funzionamento. Il problema di come vedere le mafie, del tipo di sguardo e di prospettiva, è naturalmente importante anche per lo scienziato sociale, e per chiunque si ponga il problema di osservare, studiare e appunto riconoscere il fenomeno mafioso. Tornando agli interrogativi iniziali di queste note, propongo dunque alcune riflessioni basate sulla mia ormai lunga esperienza di studio, teorica ed empirica, sulle mafie in aree sia di insediamento tradizionale sia di più recente espansione. Il punto di vista privilegiato risente dell’immaginazione sociologica che ha guidato nel tempo disegni di ricerca, analisi e interpretazioni.
di mafia
di Rocco Sciarrone
Vedere e riconoscere le mafie
Partiamo dal problema del riconoscimento, che chiama in causa la questione relativa a «che cos’è la mafia». Non c’è una risposta univoca e condivisa. Abbiamo piuttosto una molteplicità di definizioni e rappresentazioni che si sono sedimentate nel corso del tempo, prodotte e veicolate in diversi ambiti del dibattito pubblico e politico. Bisogna peraltro tenere presente che il fenomeno della mafia prende forma e si trasforma insieme a quello dell’antimafia, e che sono molto importanti i processi di etero e auto– rappresentazione attraverso i quali esso si manifesta concretamente in un dato conte
sto spazio–temporale.
È significativo rilevare negli ultimi anni la tendenza a declinare il tema quasi
esclusivamente in chiave di ordine pubblico, essenzialmente in termini di «questione
Rocco Sciarrone – Docente di Sociologia delle mafie
all'Università di Torino
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criminale». È una lettura unidimensionale che trova sempre più riscontro e amplificazione nella sfera pubblica e nelle rappresentazioni veicolate dai mass media. Si tratta tuttavia di una visione che ha una lunga tradizione alle spalle: infatti, già all’indomani dell’unificazione italiana, il fenomeno mafioso viene analizzato come espressione di «un mondo a parte, sui generis», divenendo l’asse discorsivo principale per spiegare il problema del dualismo tra Nord e Sud del paese. Senonché, tornando ad anni più recenti, quando numerose inchieste giudiziarie fanno emergere una forte presenza di criminalità organizzata e corruzione sistemica nelle regioni del Centro e Nord Italia, l’immagine prevalente è quella di un Sud che contamina la parte considerata più moderna, civica e sviluppata del Paese, provocandone una progressiva degenerazione. D’altra parte, la spiegazione del crimine organizzato si basa prevalentemente su categorie quali tradizione, assenza dello Stato, patologia sociale, deprivazione relativa. Si tratta di categorie che rientrano in misura diversa in un «paradigma del deficit», secondo il quale le cause del crimine vanno ricondotte a una qualche carenza: di controllo, di reddito, di socializzazione, di opportunità, di razionalità e così via dicendo. Nelle sue forme più strutturate, come nel caso delle mafie, il crimine organizzato può essere tuttavia «un esito non già di un deficit, ma di una ipertrofia delle opportunità; non del sottosviluppo, ma del sovrasviluppo; non di una carenza di status, ma di una produzione gigantesca e incontrollata di procedure per l’acquisizione di status». Per questo motivo è importante sottolineare la rilevanza dei processi di sovrapposizione e ibridazione tra mondo legale e illegale: solo i gruppi che riescono a muoversi ai confini dei due mondi possono usufruire di quelle affiliazioni sociali multiple che incrementano le loro opportunità. Più in generale, nella storia del nostro Paese, i confini mobili tra legale e illegale costituiscono una linea di frattura che attraversa l’economia e la politica a diversi livelli, intrecciandosi su svariati piani.
gliere l’interdipendenza di nodi e connessioni che tengono insieme la rete criminale.
L’espansione territoriale
Se da un lato quello mafioso è sin dalle origini un fenomeno di società locale, in quanto tende a manifestarsi in modo compiuto all’interno di un territorio circoscritto, esercitando una qualche forma di dominio (il cosiddetto controllo del territorio), dall’altro i gruppi mafiosi—almeno quelli più strutturati—da sempre si muovono in una dimensione sovralocale, cercando di estendere i propri ambiti di attività non solo con riferimento ai traffici illeciti ma anche rispetto ai contesti di insediamento. Per sottolineare la pericolosità espansiva delle mafie, molti osservatori ricordano la nota metafora di Leonardo Sciascia sulla «linea della palma» che sale progressivamente verso il Nord, così come avanzerebbe inarrestabile la linea della mafia lungo la Penisola. L’immagine di Sciascia è però più raffinata di come in genere viene evocata: non si riferisce infatti alla palma, ma appunto alla sua linea, cioè al «clima che è propizio alla vegetazione della palma». Richiama quindi l’attenzione sulle condizioni di contesto che diventano più favorevoli alla nascita e alla crescita di questa pianta anche verso nord. D’altra parte, l’espansione mafiosa è un processo multidimensionale, caratterizzato dalla combinazione e interazione di più fattori di natura diversa. Non si sviluppa in modo lineare e unidirezionale: tra Sud e Nord, tra aree di genesi storica delle mafie e aree di nuova espansione, si stabiliscono piuttosto rapporti di interdipendenza e di retroazione. Rispetto alla presenza delle mafie nelle regioni del Centro–Nord, la prospettiva predominante è tuttavia quella che tende a vedere la diffusione dei gruppi mafiosi come un processo «spontaneo», sostenuto e animato—potremmo dire—da una forza intrinseca a questo tipo di criminalità. Sono le analisi che possiamo ricondurre alla tesi del contagio: in questo caso la mafia è vista come un agente patogeno che si espande senza limiti contaminando nuovi territori. È una tesi che enfatizza la pericolosità del fenomeno, presupponendo in modo più o meno esplicito che esso si diffonda al pari di un virus che aggredisce un tessuto fondamentalmente sano. L’idea sottostante è infatti quella di un fattore maligno, di provenienza esogena, che attacca e infetta un corpo in buona salute. Si trascura invece del tutto che, prendendo in seria considerazione la prospettiva epidemiologica, il contagio non è tanto determinato da un agente infettivo, quanto dal terreno di coltura che permette a quest’ultimo di svilupparsi. D’altra parte, non è casuale che le metafore sanitarie siano molto utilizzate quando si parla di mafia: molto ricorrente è ad esempio quella del cancro. Il riferimento è sempre a un elemento esogeno che mette a repentaglio un organismo ben funzionante. Per certi versi vicina a questa prospettiva è l’idea che la diffusione delle mafie sia una sorta di invasione di una nuova area da parte di specifici attori criminali. Anche in questo caso predomina l’immagine di un agente esterno che invade un territorio e cerca di conquistarlo. Il processo espansivo non è però attribuito a una trasmissione spontanea o comunque a un contatto con elementi patogeni, ma è considerato l’esito di una strategia intenzionale di occupazione di un nuovo territorio. La tesi del contagio e quella dell’invasione o della conquista condividono comunque il fatto che la diffusione mafiosa è rappresentata come un’aggressione che proviene dall’esterno nei confronti di un’area che la subisce e ne è vittima, in quanto caratterizzata dall’assenza di efficaci anticorpi o dall’incapacità di valutarne il pericolo e di contrastarlo. Entrambe le prospettive presentano i vizi di quella visione mafiocentrica di cui si è detto, in base alla quale è sempre la mafia che decide e agisce, quasi a prescindere da vincoli e opportunità. Il problema della diffusione territoriale delle mafie è invece più correttamente compreso se considerato come conseguenza di un processo in cui strategie degli attori e fattori di contesto si combinano e influenzano a vicenda. In generale, contano molto gli assetti istituzionali e i processi di regolazione, soprattutto negli ambiti di raccordo tra economia e politica. Elevati livelli di opacità nel funzionamento delle istituzioni, insieme a orientamenti particolaristici nella gestione delle risorse pubbliche, costituiscono ingredienti indispensabili per sviluppare relazioni di collusione e complicità, ingredienti fondamentali anche per comprendere la diffusione delle mafie nel Centro–Nord. Al riguardo, infatti, ciò che più conta è l’accoglienza e l’ospitalità che esse hanno ricevuto nel contesto di arrivo.
Il capitale sociale e l’area grigia
Le principali competenze di cui dispongono i mafiosi riguardano, da un lato, l’uso specializzato della violenza, dall’altro, la capacità di manipolare e utilizzare relazioni sociali, ovvero di accumulare e impiegare capitale sociale. Essi sono quindi, al tempo stesso, specialisti della violenza ed esperti di relazioni sociali: sono perciò in grado di costruire un sistema di regole fondato sulla coercizione e di strutturare un sistema di relazioni basato su forme variabili di consenso sociale. È proprio la capacità di accumulare e impiegare capitale sociale, ovvero di allacciare «relazioni esterne» e di poter contare su un ampio e variegato serbatoio di risorse relazionali utilizzabili per fini molteplici, che permette di spiegare forza e persistenza della mafia. La questione cruciale è che il sistema relazionale della mafia può costituire una forma di capitale sociale fruibile anche da soggetti esterni all’organizzazione. D’altra parte, contrariamente a quanto in genere si sostiene nelle visioni correnti del fenomeno, i mafiosi tendono prevalentemente a evitare giochi a somma zero, del tipo chi vince piglia tutto (se non ovviamente nei confronti di coloro che si pongono o sono percepiti come avversari). Essi preferiscono piuttosto giochi a somma positiva, in cui tutti i partecipanti al gioco hanno qualcosa da guadagnare. Questi «giochi cooperativi» producono benefici selettivi, nel senso che solo chi coopera può usufruire dei vantaggi che ne derivano, e nello stesso tempo—basandosi sulla reciprocità—comportano una qualche forma di riconoscimento e in definitiva di legittimazione, favorendo l’iterazione e l’estensione degli scambi. Proprio in questi giochi cooperativi trovano fondamento i meccanismi di costruzione del consenso di cui gode la mafia e, insieme,
quelli che strutturano l’area grigia in cui si sviluppano le sue «alleanze nell’ombra».
Area grigia è un’espressione suggestiva, che rappresenta un’immagine efficace per descrivere lo spazio opaco in cui prendono forma relazioni di collusione e complicità con la mafia, coinvolgendo un’ampia varietà di soggetti, diversi per competenze, risorse, interessi e ruoli sociali. Quest’area assomiglia a una nebulosa, ovvero è a geometria variabile, in quanto può assumere forme molto diverse a seconda dei contesti e del tipo di attori coinvolti. Al suo interno, i mafiosi non sono sempre e necessariamente gli attori dominanti; spesso, infatti, il perno del sistema relazionale ruota intorno a soggetti esterni, quali imprenditori, politici, funzionari pubblici, liberi professionisti, ecc. Per fare luce su questa area bisogna quindi allargare il campo di osservazione, guardare oltre la mafia. Focalizzare l’attenzione soltanto sui mafiosi impedisce infatti di co
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Osservare i processi e cogliere le ambivalenze
distinzione può essere ricondotta a una variante della classica dicotomia tra interessi collettivi e individuali. La logica dell’appartenenza privilegia e cerca di tutelare gli interessi dell’organizzazione, mentre quella degli affari favorisce gli interessi dei singoli. La distinzione richiama inoltre i due principali obiettivi che in genere perseguono le mafie: l’accumulazione della ricchezza e la ricerca del potere. Anche da questo punto di vista possiamo individuare due diversi modelli di azione: l’uno di tipo imprenditoriale, orientato a ottenere profitti economici, l’altro di tipo politico, finalizzato all’esercizio del potere. Le due finalità si trovano combinate tradizionalmente insieme, anche se a seconda dei contesti e del periodo storico una può essere prevalente rispetto all’altra.
Il quadro sin qui delineato suggerisce l’opportunità di adottare una prospettiva analitica di tipo processuale: come ogni fenomeno sociale, infatti, anche la mafia non è identica a se stessa in ogni tempo e in ogni luogo. Eppure spesso se ne parla senza tenere conto che è sottoposta a profonde trasformazioni, che peraltro investono in modo differenziato i diversi tipi di organizzazione criminale e i rispettivi contesti di riferimento. È invece importante cogliere linee di continuità e di discontinuità su diversi piani: a livello temporale (dimensione storica); a livello spaziale (dimensione geografica e territoriale); a livello organizzativo e funzionale (configurazione dei reticoli mafiosi e dei campi di attività). I gruppi mafiosi – sia pure con peculiarità da un tipo all’altro – sono caratterizzati da una serie di tensioni e ambivalenze che riguardano la struttura organizzativa, l’apparato simbolico e i codici normativi, le logiche e le modalità di azione. Possiamo immaginare queste ambivalenze come dicotomie o polarità che nei casi concreti si dispiegano lungo un continuum. Sul piano della struttura organizzativa troviamo le opposte tendenze alla centralizzazione e alla dispersione, verso modelli più verticali o più orizzontali, gerarchici o reticolari. Queste tendenze si riscontrano all’interno dello stesso tipo di mafia, oltre a contraddistinguerne storicamente i diversi tipi. Sul piano culturale e normativo emergono ambivalenze di diversa natura, come testimonia il ricorso a simboli e rituali che segnano l’ingresso e i passaggi di carriera all’interno dell’organizzazione, soprattutto con riferimento alla ’ndrangheta. Per quanto riguarda le regole e i codici di comportamento si rileva una produzione ipertrofica di norme che si accompagna a una sequenza altrettanto sovrabbondante di eccezioni e a una continua ricerca di espedienti per aggirarle o piegarle a interessi di parte. Un altro tipo di ambivalenza può essere ricondotta alla dicotomia visibilità/invisibilità, che ci riporta direttamente alla questione del riconoscimento, particolarmente evidente quando il fenomeno è in una fase di «emergenza» come accade nelle zone di nuova espansione. Com’è noto, le mafie hanno l’esigenza di essere invisibili, in quanto organizzazioni illegali che devono sfuggire all’azione repressiva delle forze dell’ordine: quindi si costituiscono come associazioni segrete e investono notevoli risorse per dissimulare le loro attività e occultare chi ne fa parte. Al tempo stesso, tuttavia, esse hanno bisogno di essere visibili nel territorio in cui decidono di insediarsi stabilmente o di operare con una certa continuità: una qualche forma di visibilità è condizione necessaria affinché i mafiosi ottengano quel riconoscimento sociale indispensabile per costruire e rendere effettiva la propria reputazione. Nelle zone ad alta densità mafiosa, quelle in cui la presenza di queste organizzazioni è ormai sedimentata nel tempo, il rapporto tra visibilità e invisibilità tende a raggiungere un certo equilibrio, tanto che l’una risulta funzionale all’altra. Nelle aree non tradizionali, la situazione invece cambia: i mafiosi devono innanzitutto garantirsi un efficace livello di invisibilità, ma al contempo devono rendersi riconoscibili all’esterno. Devono quindi costruirsi una visibilità sociale, senza esporsi troppo e diventare così vulnerabili nei confronti delle agenzie di contrasto. Si tratta di un’operazione che richiede investimenti mirati sul piano delle relazioni sociali. È infatti probabile che si cerchi di essere riconosciuti a partire da specifiche cerchie sociali: bisogna essere credibili, ma soprattutto bisogna trovare soggetti sui quali è possibile «far presa. Per questa ragione, nel mentre si dissimulano le attività illegali in cui si è impegnati, per cui è necessario mettere in campo attività formalmente legali che possano servire anche di copertura, non si può fare a meno di esibire il proprio logo di appartenenza. Quest’ultimo viene veicolato e diventa riconoscibile grazie all’immaginario mafioso ampiamente diffuso attraverso i mass media e il dibattito pubblico, riuscendo con relativa facilità a diventare un «marchio di successo» anche nel nuovo contesto di espansione. Il riconoscimento del logo produce effetti di amplificazione della reputazione mafiosa, che può essere spesa come efficace forma di accreditamento in cerchie sempre più ampie della società locale. Un’altra dicotomia che caratterizza l’agire mafioso è quella tra logica dell’appar tenenza e logica degli affari. Come in altre organizzazioni, anche in quelle mafiose coesistono diversi criteri che orientano l’azione del gruppo nel suo insieme e quella dei membri che ne fanno parte. Da un lato, abbiamo una logica organizzativa che mira ad assicurare la coesione interna, i legami di lealtà, il coordinamento e la cooperazione degli attori; dall’altro, abbiamo una logica strumentale, finalizzata a ottenere vantaggi e benefici materiali, soprattutto—anche se non esclusivamente—di tipo economico. La
Con la scusa delle mafie
In definitiva, il paesaggio delle mafie appare molto complesso, costituito da un peculiare intreccio di flussi di persone, beni, capitali, informazioni, idee e immagini . Questi flussi producono «panorami» dalla forma fluida e irregolare, in cui trovano spazio anche specifici criminalscapes, paesaggi formati da attori e attività che si trovano nella sfera dell’illegalità, ai confini della legalità e a cavallo delle due sfere: quindi non solo l’area della criminalità in senso stretto, ma anche quella ampia zona grigia composta— come abbiamo vist—da rapporti di scambio, collusione e complicità. Le immagini proposte nella mostra Teoria del vuoto mi sembrano molto in sintonia con le riflessioni sviluppate nelle pagine precedenti. Ho già sottolineato che gli autori evitano opportunamente di adottare una prospettiva mafiocentrica, scegliendo di optare invece per un’ottica di tipo processuale. È un punto di vista che, oltre a tenere conto di coordinate spaziali e temporali, incrocia—in movimento tra Platì e Buccinasco—una molteplicità di sguardi e di piani di osservazione: orizzontale e verticale, interno ed esterno, vicino e lontano, privato e pubblico. L’attenzione non è rivolta al fenomeno mafioso, ma soprattutto ai contesti in cui prende forma: il focus è sui luoghi o più precisamente su aspetti «particolari» dei luoghi. Le fotografie restituiscono spesso rilievi del territorio, indizi dell’ambiente, segnali di vita sociale, che nell’insieme offrono un’idea—un’immagine—del paesaggio in cui sono presenti le mafie e in cui agiscono i mafiosi. Ma, come dicevo, le mafie e i mafiosi non ci sono, non ci sono neppure in una qualche forma di trasfigurazione simbolica. In realtà, con la scusa delle mafie si sta facendo vedere altro. Questo è il punto cruciale, a me pare, dell’ottica—e della poetica—adottata dagli autori. Le loro fotografie sollecitano interrogativi, evidenziando che sono proprio le domande a essere importanti, molto più delle risposte. Le immagini hanno l’obiettivo di interrogare, devono quindi creare spaesamento, ovvero favorire un’operazione cognitiva che porta poi a intravedere e ricomporre la complessità del paesaggio. La presenza delle mafie è sullo sfondo, anzi è fuoricampo, ma funziona anche come una specie di «filtro» che fa vedere in un certo modo il contesto. A ben vedere, in modo non scontato, emergono sotto traccia le questioni di cui abbiamo discusso: quelle relative, ad esempio, al riconoscimento, ai legami, all’espansione territoriale, all’area grigia, al grado di visibilità, alle ambivalenze che caratterizzano il fenomeno mafioso. Rifuggendo dall’immaginario precostituito sul tema, la prospettiva adottata appare controcorrente e provoca forti effetti di spiazzamento. Le immagini proposte sono l’esito di uno sguardo che cerca la complessità, che vuole osservare le zone di contatto, di sovrapposizione, di confine, di trapasso. Con la scusa delle mafie si invita dunque a vedere un panorama più ampio e profondo, utile a smontare l’idea della loro «illimitata e metastorica potenza», ovvero il mito della loro invincibilità. D’altra parte, affinare e allargare lo sguardo serve non solo a capire meglio, ma anche a immaginare nuove forme di antimafia, oltre le ricorrenze, le celebrazioni e gli eroi.
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CENTRALE OPERATIVA DELLA POLIZIA LOCALE, BUCCINASCO, MILANO, 2023. VIDEOPROIEZIONE 5’00’’
Fotogrammi
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CENTRALE OPERATIVA DELLA POLIZIA LOCALE, BUCCINASCO, MILANO, 2023. VIDEOPROIEZIONE 3’55”
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scheda opere
1.Via Salieri, Buccinasco, Milano, 2012 Stampa inkjet, 135x180cm 2.Rilievo fotografico del perimetro dell’area di ritrovamento di due lanciarazzi M80, Buccinasco, Milano, 2023 N. 2 stampe inkjet, 80x110cm ciascuna, dimensione opera 200x130cm 3.Manuale d’utilizzo del lanciarazzi modello Zolja M80 64mm, Federal Directora te of Supply and Procurement, Yugoslavia, 1982 N. 48 stampe inkjet cordonate, 20x25cm ciascuna 4.Canali di deflusso perimetranti l’area verde tra Via Salieri e Via Archimede, Buccinasco, Milano, 2023 N. 94 stampe inkjet 18x13cm, dimensione opera 135x185cm 5.Buccinasco, Archivio dello Spazio, 2023 N. 9 stampe inkjet 12x75cm e 12x60cm, 2 opere di dimensione 81x110cm ciascuna 7.Area giochi del Parco Spina Verde, Buccinasco, Milano, 2012 N. 2 stampe inkjet, 200x140cm ca. 8.Ricostruzione dell’area giochi di Spina Verde realizzata con 1604 rilievi fo tografici in pianta, Buccinasco, Milano, 2023 110 stampe Xerox 36,5x28cm, dimensione opera 338x405cm 9.Via della Resistenza, Buccinasco, Milano, 2023 N. 4 stampe inkjet di vari formati, dimensione opera 60x50cm 10.Settore Ambiente e Controllo del Territorio, Buccinasco, Milano, 2023 Stampa inkjet 10.Sollecito di pagamento firmato da Rosario Barbaro indirizzato al Comune di Buccinasco, Milano, 2023 Stampa inkjet, 29,7x21cm 11.Falciatura del prato di Via della Resistenza, Buccinasco, Milano, 2023 Videoproiezione, 19′14′′ 12.Fascicoli contenenti la documentazione relativa al prato di Via della Resi stenza, Buccinasco, Milano, 2023 N. 2 stampe inkjet, 75x100cm ciascuna 13.Box del garage in Via Aldo Moro n. 8, Buccinasco, Milano, 2023 Stampa inkjet, 32x46cm 14.Vista dall’abitazione di Antonio Papalia, Buccinasco, Milano, 2023 Stampa inkjet, 128x160cm 15.Vista dalla villa del clan Papalia, Platì, Reggio Calabria, 2014 Stampa inkjet, 128x160cm (da produrre) 16.Telescopio Swarovski, Vibo Valentia, 2023 Stampa inkjet, 180x144cm 17.Vano di accesso a un bunker, Platì, Reggio Calabria, 2015 Stampa inkjet, 128x160cm 18.Leatherman, Platì, Reggio Calabria, 2015 Stampa inkjet, 50x35cm 19.Veduta di Platì, Reggio Calabria, 2023 N. 3 stampe inkjet 180x144cm ciascuna 20.Pietra Cappa, Aspromonte, Reggio Calabria, 2014 Stampa inkjet, 180x144cm 21.Centrale Operativa della Polizia Locale, Buccinasco, Milano, 2023 Videoproiezione, 5’ 22.Cacciatori di Calabria, 2023. Videoproiezione, 6’20”